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IN ITALIA PER AVERE GIUSTIZIA 14 ANNI NON BASTANO. VERGOGNOSO CASO DI MACERATA. INTANTO 3 DEI 4 ANZIANI TRUFFATI SONO MORTI NELL’ATTESA DI UN VERDETTO.

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In un processo infinito a Macerata, scomparsi tre anziani che chiedevano un risarcimento

Più che un processo sembra una staffetta fra giudici. Un passaggio del testimone, ovvero del fascicolo, da una toga all’altra e a un’altra ancora.

Quattro magistrati nel primo interminabile round, quello penale, ora altri tre nel girone altrettanto infernale del civile. Quattordici anni per non arrivare a niente e per vedere la giustizia che pesta allegramente l’acqua nel mortaio. Quattordici anni indecorosi fra udienze, rinvii, un traffico da ingorgo di testimoni. È dal 2003 che al tribunale di Macerata va in scena questa incredibile giostra che polverizza ogni record nell’Italia che pure è abituata a vestire la maglia nera in tutte le classifiche internazionali.

Quattro signori molto anziani e collegati da vincoli di parentela hanno convogliato i loro risparmi su un unico conto corrente, presso una filiale di Macerata di Antonveneta, poi entrata nell’orbita del Monte dei Paschi. Sul conto c’è una cifra vicina ai 130mila euro. È il loro tesoretto, la loro vita, come si dice in questi casi con un’espressione magari logora ma veritiera. Il quartetto si fida di chi c’è dietro lo sportello e si affida a una promotrice finanziaria che si appoggia all’istituto di credito e suggerisce ulteriori investimenti. Risultato: i soldi piano piano svaniscono. Fra un estratto conto e l’altro i due uomini e le due donne si accorgono con sgomento che il conto è stato saccheggiato e svuotato. Non c’è più. Un disastro.

All’inizio del 2003 parte la denuncia contro la consulente e una sua presunta complice. L’indagine si chiude con il rinvio a giudizio della coppia per una sfilza di reati: dall’appropriazione indebita alla truffa e al falso. Nel 2006 comincia il processo e i truffati si costituiscono parte civile. Sono in tre, perché T.B. (per rispetto mettiamo solo le iniziali dei protagonisti) è morto nel 2004.

Ci vorrebbe un dibattimento lampo. E invece la giustizia s’incarta. Il dibattimento si allunga per 35 udienze e 5 anni: vengono sentiti ben 25 testimoni. E come in una filastrocca sgangherata il giudice che ha fra le mani i faldoni a un certo punto lascia e passa le carte a un collega che a sua volta se ne va e cede il fascicolo a un terzo giudice che poi molla la pratica a un quarto, questa volta giudice onorario. Uno sfinimento. Con beffa finale: perché Paolo Properzi legge la sentenza il 13 dicembre 2010. Troppo tardi. I capi d’imputazione sono prescritti, anche se solo per 24 ore.

I due imputati e la banca vengono allora chiamati in causa sul versante civile. Si riparte da zero, ma purtroppo si resta al palo. Il primo giudice ascolta le lamentele degli avvocati, esasperati come i loro assistiti, ma dopo qualche mese di lavoro il pancione ha il sopravvento. La staffetta riprende. Ma il tempo almeno in questo caso non è galantuomo: anche B.I. e M.B. non hanno raggiunto la terra promessa e sono passati a miglior vita. A seguire le evoluzioni del procedimento resta solo A.B., unica superstite del quartetto originale. Ora pure la nuova toga, la seconda del civile, la sesta in totale, ha gettato la spugna, emigrando all’Avvocatura dello Stato. Siamo, eufemismo, in alto mare. Il dossier intanto è stato riassegnato al giudice precedente, uscito dalla maternità. Si incrociano le dita. In attesa del prossimo colpo di scena.

Stefano Zurlo

 

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